Died Patrice Bricaire

Photo by Romain Piro

Photo by Romain Piro

In memory of Patrice

Patrice Bricaire has died. He died early compared to life expectancy for a European in these times, but life usually does not take much account of our expectations.

A retinal melanoma, diagnosed about a year ago and operated on using the most modern technologies. Then, after a few months, liver metastases, just to remind us that faced with the reality of death there is no technology that withstands it.

I visited him a few days before things started to deteriorate. He was at his home in the hills around Lake Bolsena. He was even thinner than usual but was well and calm. We drank apple juice together in the shade of the olive trees and chatted in a relaxed way. “I know that I must die – he told me – but I’m not worried: it’s okay.” I felt he was sincere.

He was one of the first students of Chögyal Namkhai Norbu, a friend I have known for forty years, with whom I shared many moments of community life and others.

A man from another era, whose gentle irony I cannot forget, has passed away; a fine craftsman of great sensitivity: his memory will live on through his artworks.

A practitioner who knew how to live and die beyond hope and doubt has died.

I’m sure that in the Bardo where you are now you will know how to recognize the clear light.

G.V.

Original Italian version

In memoria di Patrice

E’ morto Patrice Bricaire. Precocemente rispetto all’aspettativa di vita per un europeo di questi tempi, ma la vita di solito non tiene molto conto delle nostre aspettative.

Un melanoma alla retina, diagnosticato circa un anno fa e operato con le più moderne tecnologie. Poi, dopo qualche mese, metastasi epatiche, tanto per ricordarci che di fronte alla realtà della morte non c’è tecnologia che tenga.

Sono andato a trovarlo qualche giorno prima che tutto precipitasse. Era nella sua casa sulle colline intorno al Lago di Bolsena. Era ancora più magro del solito ma stava bene ed era sereno. Abbiamo bevuto insieme succo di mela all’ombra degli ulivi e chiacchierato rilassati. “So che devo morire -mi ha detto- ma non mi preoccupa: va bene così”. Ho sentito che era sincero.

E’ stato uno dei primissimi allievi di Chogyal Namkhai Norbu, un amico conosciuto da quarant’anni, con cui ho condiviso tanti momenti di vita comunitaria e non.

E’ scomparso un signore d’altri tempi, la cui delicata ironia non potrò dimenticare; un fine artigiano di grande sensibilità: i suoi lavori ne conserveranno a lungo la memoria.

E’ morto un praticante che ha saputo vivere e morire oltre la speranza e la sfiducia.

Sono sicuro che nel Bardo dov’è ora saprà riconoscere la chiara luce.

G.V.

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